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La bravura di Paolo Cognetti è stata quella di ambientare in montagna una storia di amicizia inserita in un contesto di difficili rapporti fra padri e figli, usando un linguaggio semplice, lineare, elegante, ma nello stesso tempo suadente ed incisivo. Niente da condividere con la retorica dei grandi alpinisti del passato o con le filippiche più attuali di un Corona, ma autore di un romanzo che ha sfondato in tutto il mondo raggiungendo soprattutto un pubblico eterogeneo e non esclusivamente la stretta cerchia degli appassionati di montagna. Devo dire che ho trovato molto interessante il rapporto fra il protagonista e suo padre, una figura quest’ultima estremamente complessa, ma che alla fine è riuscita, pur in maniera travagliata e indiretta, nell’intento di trasmettere al figlio la sua grande passione per la montagna. Una passione non prettamente sportiva, come lui avrebbe desiderato, ma soprattutto spirituale e meditativa. Stupende certe descrizioni ambientali, molto profondi alcuni spunti di riflessione come quello svolto sul torrente quando l’autore scrive che se il punto in cui ti immergi è il presente, il passato è a valle ed il futuro a monte. L’unica cosa che non mi ha preso, forse perché non sono riuscito a capirla bene, è stata la storia che ha dato il titolo all’opera e cioè che in Nepal si dice che il mondo sia una ruota ad otto raggi con in mezzo una montagna altissima circondata appunto da otto montagne, separate da otto mari. Quando lo rileggerò, perché per uno che ama la montagna è un libro da rileggere, spero di venirne a capo.